Prendete cinque donne, mamme e rimamme, e un uomo che dopo averle salutate si nasconde nel suo laboratorio.

Prendete una cucina, una ‘nonna papera’ per fare la pasta in casa ormai ad altri scopi destinata, una tela cerata su cui non dover trattenere l’istinto creativo. E mattarelli, estrusori, formine di diverse dimensioni, un vetro su cui lavorare, scottex e salviette, e tante tante chiacchiere.

Quello che otterrete sarà un turbinio di mani indaffarate, di voci curiose, di “Tu come stai?” e “Tu come fai?”, “A te è venuto meglio” e “Ma che bel colore dove l’hai preso…” Don’t worry, is social fimo!

Sarà sempre solo dopo la fase iniziale deputata alla scelta di colori e della tecnica, e a quella più propedeutica (e più noiosa) degli impasti, che calerà piano piano il silenzio.
A sentir Betty Edwards succede perchè è finalmente la parte destra del cervello – non verbale, sintetica, concreta, analogica, atemporale, non razionale, spaziale, intuitiva, globale – a prendere finalmente il sopravvento.
Allora, senza far niente, il ritmo del gruppo cambia, andiamo come sott’acqua, e le nostre mani riprendono potere, insegnandoci pian piano cosa fare…
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